Pagina:Gemma Giovannini - Le donne di casa Savoia.djvu/449

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cristina albertina di curlandia 379

zio della sposa, ivi residente, il quale per due giorni li trattò con grande magnificenza, onde far loro dimenticare l’ingiustizia della Corte; indi si disposero alla partenza per l’Italia, e precipua cura di Albertina fu di dare ordine che la seguisse a Torino e facesse parte del corredo, la sua svariata e numerosa biblioteca.

L’ingresso degli sposi a Torino avvenne il 20 novembre 1797. L’impressione che la principessa fece al popolo e alla Corte fu di una brutta bella. Alta, bruna, con occhi neri, maniere distinte, bel modo di porgere e senza imbarazzo, non poteva non piacere.

Le idee liberali risvegliate dalla guerra d’America, avevano messo addosso la febbre a tutta la gioventù dell’epoca, e Carlo Emanuele di Carignano era uscito dal suo collegio di Sorèze addirittura un filantropo, ciò che aveva fatto torcere il naso ai fedeloni piemontesi per i quali, al tempo di Giuseppina, la residenza di Racconigi era qualcosa di scomunicato. La sposa, che doveva supplire presso il marito la madre allora allora perduta, era troppo giovane, ed aveva altra educazione della suocera, per potergli riuscire guida efficace e moderatrice. Con gli sposi entrò nel palazzo di Carignano il fasto e l’allegria. Le conversazioni, i balli, i pranzi, si seguivano l’uno all’altro con l’intervento della più scelta società, alla quale piaceva quella libertà senza sussiego, che Cristina, non abituata all’etichetta e alla soggezione della Corte, aveva introdotta in casa sua, e vi si mostrava assiduo fino quello stesso