Pagina:Georgiche.djvu/145

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170Vi trasporti da i monti, egli la mano
Incallisca al lavor, rivesta il suolo
D’utili piante, e sovra i fiori e l’erbe
Prodigo versi i fecondanti umori.

     E se non fosse che sul fin del corso
175Già le vele a raccorre, e verso il lido
Deggio affrettarmi a rivoltar la prora,
Ben io qui canterei, qual sia de gli orti
La cultura miglior, come di Pesto
Due volte rifioriscano i rosai,
180E in verdi rive la cicoria, e l’apio
Godan le barbe inumidire, e il torto
Cocomero fra l’erbe il ventre ingrossi:
Nè il narciso a fiorir lento vorrei,
Nè l’acanto flessibile, o la smorta
185Edra tacer, nè a i lidi amico il mirto.

     Poichè d’aver già visto io mi ricordo
Sotto l’ebalie torri, ove l’ombroso
Galeso irriga le pianure amene,
Un vecchierel di Corico nativo;
190Piccolo campo ei possedeva, e questo
Sterile e ignudo, nè a l’aratro adatto,
Nè a piantar viti, o a pascolar la greggia.
Eppur con l’arte la natura avara