Pagina:Georgiche.djvu/162

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
162

Or egli appunto de l’Emazia a i porti
Giunse pur dianzi la natia Pallene
A riveder. Lui veneriam noi ninfe,
595E Nereo stesso, vecchio Dio, rispetta
I vaticinii suoi, chè tutto il vate
Scopre, e col guardo le passate cose,
E le presenti, e le future abbraccia;
Cosi piacque a Nettuno, a cui le informi
600Foche egli pasce, e i numerosi armenti.
A lui dunque ten va, figlio, e da lui
La rea cagion del contagioso morbo,
E il rimedio saprai; ma d’uopo fia
Costringerlo e legar, chè di sua voglia
605Nulla ei dirà, nè il vincerai pregando.
Usa la forza, e funi addoppia; in questa
Guisa sol puoi deluderne gl’inganni.
Io stessa poichè al fervido meriggio
Il sol giunto sarà ne l’ora, in cui
610Languono l’erbe inaridite, e a l’ombra
Sdraiasi il gregge riposando, io stessa
Ti guiderò ne la segreta grotta,
Ove adagiasi il nume, onde lui possa
Agevolmente in alto sonno immerso
615Cogliere e ritener: ma bada, o figlio,
Che non sì tosto con robusto braccio
Afferrato l’avrai, che varie forme