Pagina:Georgiche.djvu/164

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Già l’infocato Sirio alto su gl’Indi
Ardeva in cielo, e a la metà del corso
Era il sol giunto: inaridivan l’erbe,
645E il cavo letto de gli asciutti fiumi
Fendea cocendo l’infiammato raggio,
Quando da l’onde a la spelonca usata
Ecco Proteo s’avvìa; del vasto mare
Il multiforme popolo festoso
650Guizzagli intorno, co le code alzando
Marini spruzzi, e tutto al fin sul lido
Sdraiasi sparso, e s’abbandona al sonno.
Egli, come pastor, quando a l’ovile
Espero invita le pasciute agnelle,
655Che col loro belar svegliano i lupi
A le notturne insidie, in su lo scoglio
Siede nel mezzo a numerar l’armento.

Sofferse appena il giovine Aristeo,
Che coricato i lumi stanchi al sonno
660Proteo chiudesse, e con acuto grido
L’assalì, l’annodò. Memore il Dio
De l’arti sue si svincola e dibatte,
E in mille forme varïate e strane,
In foco, in fiume, ed in orribil fiera
665Più volte si cangiò; ma poichè tutto
Tornagli in van, nè per insidia, o sforzo