Pagina:Georgiche.djvu/61

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Da non so quale insolita dolcezza,
Van tra le frondi strepitando e lieti
Godono riveder dopo la pioggia
La non pennuta prole, e i cari nidi.

     645Nè cred’io già, che sia dal Ciel lor dato
Ingegno, o lume a preveder; ma quando
O la temperie mutasi de l’aria,
O lo spirar del vento umido e secco
Scioglie, o costipa e dei terrestri corpi
650Varia le qualità, variano pure
Nel tempo stesso a gli animali in mente
De le cose le immagini, e diversi
Sentono impulsi al cor, quando sereno
Ride e placido il giorno, e quando in cielo
655Le tempestose nubi il vento aduna.
Quindi nasce, cred’io, quel dopo il nembo
Al ritornar del sol canto giulivo
De gli augelletti a la campagna, e il lieto
Gioir dei corvi, e il saltellar del gregge.

     660Ma del sol poi de le seguaci lune
Se attento osservi l’ordinato corso,
Nè del giorno avvenir fia che t’inganni
Il presagio fedel, nè ti seduca
L’aspetto infido di serena notte.
665Quando il suo lume rïacquista e nuova,