Pagina:Ghislanzoni - Abrakadabra, Milano, Brigola, 1884.djvu/229

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espressione di chi si attende una risposta affermativa, le chiese a bassa voce: «ha creduto?»

— Ha creduto — rispose l’Immolata.

E la porpora delle guance, lo splendore degli occhi, l’ansia del petto, prestavano alla pudica parola il più espressivo dei commenti.

— Voi potete ritirarvi — disse il medico all’Immolata; — la vostra missione è compiuta; dopo il breve letargo, avremo la reazione febbrile, e in seguito a quella potremo operare sul sangue con sicurezza di riuscita.

In quel punto entravano nella stanza gli alunni e alcuni subalterni della villa.

— Ho l’onore di annunziarvi — proseguì il Virey solennemente — che fra dodici giorni l’illustre Albani avrà ricuperata l’integrità del suo essere, e potrà presentarsi alla Assemblea elettorale del nobile Dipartimento che intende elevarlo alla carica di Gran Proposto.

L’Immolata esitava ad uscire.

Fratello Consolatore la prese per mano e traendola in disparte:

— Sorella — le disse all’orecchio; — al sacerdote e all’Immolata non è mai permesso di obliare che la vita è un sacrifizio.

— No! no! — rispose la donna colla vivacità di un fanciullo contrariato; — noi viviamo di amore, e ogni voto, ogni legge sociale che si oppone a questo sovrano istinto della natura, è una mostruosità di cui Dio deve inorridire. Io amo quest’uomo!... Egli mi ha insegnato i più intensi piaceri e i dolori più tremendi della vita..» per lui divenni madre!...

Il Levita levò gli occhi nel bellissimo volto soffuso di lacrime, e quello sguardo gli ravvivò nel pensiero mille memorie assopite.

E traendo seco la donna oltre il vestibolo per passare nel giardino: