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libro primo - capitolo sesto |
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vivere appartato colla muraglia che la cinge da tramontana. Le mura e i valli segregativi delle nazioni spesseggiavano nell’antico Levante, come attestano le reliquie o le memorie di quelli che fronteggiavano la Mesopotamia, l’Assiria, la Persia, l’Egitto, e ancor si vede nei ruderi di Derbenda, imitati da Adriano e Settimio Severo nell’Inghilterra. Ripiego adattato a quei secoli barbari, ma argomento della loro ferocia; onde piú umanamente Alessandro e Cesare sostituirono alle mura i commerci, i maritaggi e le comuni cittadinanze delle stirpi[1]. Meglio provvide la natura, che stabilí per confini i monti, ma li divise colle gole e colle valli, che gli antichi chiamavano «le porte delle nazioni». E benché abbia creati i mari ed i fiumi, ella suggerí all’ingegno nascente l’industria dei ponti, onde nacque il nome sacro e conciliativo di «pontefice»[2]; e all’ingegno adulto la nautica, che fa della marina un veicolo universale. Perciò l’elemento dell’acqua, che in origine disgiunge i popoli, in progresso di tempo e di civiltá gli riunisce col vincolo dei viaggi e dei traffichi. Come si vede nell’interno della Cina, che per le molte correnti diramate e alveolate è quasi un’immensa Venezia e una continua Polipotamia, e il commercio vi si pratica piú per acqua che per terra, se dobbiam credere agli antichi peregrinatori. Tanto che l’oceano che Orazio chiamava «dissociabile»[3] e il mare a cui Catullo dava il nome di «rozzo»[4], cioè non praticato e quasi vergine, saranno un giorno il legame piú stretto e civile dei popoli, verificando appieno la parola di Plutarco, che «l’acqua del mare è come un carro da condurre per ogni dove»[5].
L’ individuo e il genere umano sono i due capi della catena sociale, da cui mediante gli anelli interposti scaturiscono le
- ↑ Plut., De fort. Alex.
- ↑ Varr., De ling. lat., iv, 15; Dion. Halic., 2; Plut., Vit. Num., 8.
- ↑ Od., 1, 3, 21.
- ↑ «Rudis Amphitrite» (lxiv, ii).
- ↑ Nell’opuscolo Come si possa cavar profitto dai nemici. Francesco Rabelais rideva dei «chemins qui cheminent» e dei «chemins mouvans» (Pantagruel, v, 26); ma Biagio Pascal trova che «les rivières sont des chemins qui marchent et qui portent oú l'on veut aller» (Vinet, Études sur Blaise Pascal, Paris, 1848, p. 123).
| V. Gioberti, Del rinnovamento civile d’Italia - i. |
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