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libro primo - capitolo nono |
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si ricorre a una via di mezzo che soddisfaccia a tutti. Oltre che, tanta era l’urgenza della lega per l’acquisto dell’indipendenza, il mantenimento degli statuti e la difesa dei principati che, se Roma ripugnava a mitigare prontamente i capitoli, si doveano accettare come provvisionali, riserbando con articolo apposito al fine della guerra la revisione di essi e l’ordinamento di un nuovo patto. Dunque l’autonomia del Piemonte non fu altro che uno dei soliti pretesti con cui i ministri coprirono le loro bieche intenzioni. La vera causa o almeno la principale si è che la confederazione, collegando tutte le forze italiane, gli obbligava a rappiccare la guerra e toglieva loro ogni ordine di rifiutarla; e anche un semplice congresso in Roma, accendendo gli spiriti patri, potea partorire il medesimo effetto.
Si dirá forse che i ministri attennero la loro parola, surrogando al Rosmini il Deferrari per conchiudere un’«alleanza offensiva e difensiva»?[1]. Ma essa non potea equivalere alla confederazione e dovea differirne sostanzialmente; ché altrimenti non saria stata introdotta in suo scambio. Ora un’alleanza diversa dalla confederazione non era in grado di fare gli stessi effetti e sortire l’intento che i savi ed i buoni desideravano. Antonio Rosmini ne avvertí «ripetutamente» i ministri, provando loro «che il progetto di una tal lega non si sarebbe potuto accettare dai governi italiani, perché con esso l’Italia non veniva costituita in nazione come si bramava, e quindi non sarebbe stata mai l’Italia che avrebbe dichiarata e fatta la guerra all’opportunitá per la propria indipendenza, giacché l’Italia senza una vera confederazione non avrebbe avuta esistenza politica[2]. Oltre che, una lega di tal fatta non agevolava il concorso di Roma alla guerra, essendo che il papa avea scrupolo di partecipare a una presa d’armi direttamente. Per ultimo un’alleanza diversa dalla confederazione, che non conferisse alla tutela dell’indipendenza e degli statuti e non si stendesse a tutti i principi nostrali, non era quella che il pubblico intendeva sotto il
- ↑ Farini, op. cit., t. ii, pp. 376, 377.
- ↑ Lettera dei 30 di ottobre 1848, presso il Farini, loc. cit., p. 376.
| V. Gioberti, Del rinnovamento civile d’Italia - i. |
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