Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1907, I.djvu/163

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la trista nuova l’addolorato Consorte. Io era più afflitto e più addolorato di lui.

La piazza era quasi finita, e col pretesto di sollecitar il Maccarì, che componeva la musica dell’Operetta, partii d’Udine, e andai a Venezia ad attendere la Compagnia, Colà arrivato, trovai mia Madre ritornata di Modena, e la vista di questa Madre tenera ed amorosa mi consolò. Alloggiava ella colla Sorella e coi parenti Bertani, fintanto eh* io ritrovassi una casa comoda per tutti e tre. Mi diede nuova di mio fratello; e seppi da lei il partito ch’egli avea preso al servigio della Repubblica.

lo continuava a restare in casa dell’Imer: la Compagnia tornò dieci giorni dopo; la musica era in ordine e l’introduzione era pronta. Mancava una seconda Donna: l’Imer aveva già scritto, e ne trovarono una che chiamavasi la Vidini, più bella della Ferramonti, ma non così brava, ne così virtuosa.

L’Imer, che pensava a sostener gì’Intermezzi, e temea dell’incontro della Passalacqua, fatto avea un altro acquisto. Un certo ^ìiCartinelli, Ebreo fatto Cristiano, e suonator di Violino, che seguitava la Compagnia, si era rimaritato di fresco, e vecchio di sessanta sei anni, avea sposato una giovinetta vezzosa, che avea bella voce e da cui speravasi buona riuscita. La Passalacqua temeva il confronto, e cercò di fortificarsi colla mia amicicia. Non le riuscì a Padova, lo tentò a Venezia. Non eransi ancora cominciate le recite, quando un giorno mi mandò a chiamare, mostrando aver qualche cosa d’interessante a comunicarmi. Vi andai sulle ventidue ore; mi ricevè con tutta l’im.maginabile gentilezza e si lagnò dolcemente, che meco aveva poca fortuna. Intesi quel che voleva; cambiai discorso, e col pretesto d’affari volea congedarmi.

Ella insistè che avea qualche cosa da confidarmi; che per farlo con maggior libertà avea fatto venir una Gondola, che potevamo andar a prendere il fresco, e mi avrebbe svelato il segreto. Io non ho avuto cuor di negarglielo. Scendiamo, montiamo in Gondola, ritorniamo a un’ora di notte. Troviamo al ritorno la tavola preparata, si cena, si discorre; suona la mezza notte; l’Imer mi aspetta: addio, addio...

a domani. Parto, e l’assicuro della mia buona grazia.

Non