Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1907, I.djvu/208

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tavola, mercè di loro, degnissimi signori suoi Nipoti; e quantunque avesse occupato sempre lo spirito dai gravissimi pesi della Repubblica, non isdegnava discendere meco a ragionamento sulle Comiche mie fatiche. Ei che pensava sempre alla felicità del Paese, credeva coll'egregio, celebratissimo Muratori, e coll’eruditissimo Marchese Maffei, e con tanti altri antichi e moderni saggi, accreditati scrittori, che le morate Commedie utile cosa fossero, e da desiderarsi da un ben regolato Governo. Non so, se Voi, Eccellentissimo Signor Andrea, mosso prima dalle fondate massime di uno Zio sì celebre e sì accreditato, ovvero dai proprj pensieri, innamorati della Verità niente meno di lui, sino da’ primi anni, nei quali la giovinezza poteva giungere a conoscere il bene e a preferire il meglio, pensaste a rinvenire i buoni principj e le sicure tracce, per procacciare al Paese vostro questa parte di pubblico bene, coll’idea di togliere dai Teatri le oscene, mal tessute Commedie, e altre castigate, piacevoli sostituirne. Frattanto che da Voi lavoravansi i bei disegni, fec'io ritorno in Patria, dopo l’assenza di quattro anni, e siccome qualche saggio aveva io dato al pubblico di una simile mia inclinazione, avendola coll’esempio degli stranieri animata assai più, mi diedi di proposito a coltivarla, per quanto mi permisero gli scarsi talenti miei. L’opera mia ottenne dal pubblico un clementissimo aggradimento; l’ottenne ancora dall’Eccellenza Vostra, e quantunque fosse in allora, e sia di presente non meno, distante troppo dalla lucida vostra mente la mia, aveste però la degnazione di dirmi avere io prevenuto il progetto da Voi formato, e lasciare a me il carico di proseguirlo. Mi onoraste comunicarmi i vostri savj divisamenti, e li trovai sì bene fondati, che mi consolai meco stesso e coll’Italia nostra, che volea dar principio a risvegliare gl’ingegni per trarsi di dosso le spoglie servili della Commedia sì mal corrotta. Questa, che a Voi ed al degnissimo Fratello Vostro umilmente raccomando e consacro, è una di quelle da me date al pubblico all’impazzata, in tempo che non erami ancora formato in mente il novello disegno. Pareva in allora, che non valessero i Comici per una Commedia interamente studiata, e che il pubblico non avesse d’accostumarsi a soffrirla, onde la scrissi in parte, e in parte lasciai in