Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1907, I.djvu/352

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298 ATTO SECONDO


Beatrice. Non è necessario che v’inoltriate in cose, che a lei non premono.

Celio. Mi voglio giustificare...

Beatrice. Questa non è la maniera.

Celio. Sì signora, io gli ho prestato...

Beatrice. Basta così, vi dico.

Celio. Ha avuto il mio sangue.

Beatrice. E voi avete avuto il suo.

Celio. Che sangue mi ha egli dato?

Beatrice. Una sua sorella.

Celio. Sua sorella è un sangue che si converte in flemma, in siero, in acqua, e il mio danaro è di quel sangue vivo, che vien dal cuore; e stimo più un’oncia di questo sangue, che tutta voi e tutto il di lui parentado. (parte)

SCENA XIV.

Clarice e Beatrice.

Beatrice. Sentite come parla! È un uomo interessatissimo. A forza delle mie preghiere ha prestato qualche somma al cognato, ed ha paura di perdere il suo danaro; ma non vi è pericolo. Mio fratello è un uomo d’onore. Ha degli effetti, non è in rovina, come egli dice, ed ora si sta ultimando una lite, che lo metterà in istato di accomodare le cose sue.

Clarice. Lodo, amica, l’amore che avete per il fratello; ho piacere di avervi veduta, dopo qualche anno che viviamo lontane; preparatemi i vostri comandi, poichè o questa sera, o domani, voglio partire.

Beatrice. Se mai partiste per le male grazie di mio marito, non gli badate. Restate qui senza scrupoli; starò io con voi in casa di mio fratello; non ci private si presto della vostra amabile compagnia.

Clarice. No, Beatrice carissima, vedo pur troppo che ho fatto male a venirvi.