Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1907, I.djvu/353

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IL PRODIGO 299


Beatrice. Perchè?

Clarice. Perchè vostro fratello è in discredito presso del mondo.

Beatrice. V’ingannate: egli non ha che un difetto solo. Tolta una certa prodigalità, che finalmente proviene da un animo generoso, mal regolato, egli è docile, amoroso, da bene. Credetemi, che s’egli avesse al fianco una moglie di spirito, lo ridunebbe alla più saggia, alla più regolare condotta.

Clarice. Chi è quella che volesse arrischiarsi a fronte del suo inveterato costume?

Beatrice. Fra voi e me vorrei che lo riducessimo in poco tempo.

Clarice. Vedo che l’amor vi lusinga.

Beatrice. Ditemi in confidenza, e con sincera amicizia, avete per lui veruna inclinazione?

Clarice. Ne avrei non poca, se non lo conoscessi bastantemente per essere disingannata.

Beatrice. No, amica, non vi pentite d’amarlo. Egli si renderà degno dell’amor vostro.

Clarice. Il vizio è radicato, non è sì facile l’estirparlo.

Beatrice. Proviamoci.

Clarice. Non vi è pericolo.

Beatrice. Eccolo, ch’egli viene.

Clarice. Povero giovine! Peccato ch’ei non abbia un poco più di giudizio.

Beatrice. Voi glielo potreste insinuare.

Clarice. O egli lo farebbe perdere ancor a me.

SCENA XV.

Momolo e dette.

Momolo. (Vela qua. Me vergogno ancora per rason de l’anello). (da aè)

Beatrice. Venite, signor fratello, che la signora Clarice vi aspetta.

Clarice. Non dico che mi dispiaccia il vederlo, ma per verità non lo aspettava poi con quell’ansietà, che vi supponete.

Momolo. (Mia sorella me poderave agiutar, se la volesse). (da sè)