Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1907, I.djvu/374

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320 ATTO TERZO


forza l’orribile aspetto della miseria; ritiratevi in una stanza, e quando vi farò cenno, verrete a dargli la buona nuova.

Dottore. Mi dispiace dovergliela differire. Son venuto da Fusina a qui per la posta per consolarlo, ed ora non vedo l’ora di farlo.

Beatrice. Fate a modo mio, che sarà sempre meglio. Vi prego, so quel ch’io dico.

Dottore. Non voglio lasciar di farlo, per una sorella che gli vuol bene. (parte)

SCENA XVI.

Beatrice, Clarice, poi un Servitore.


Clarice. Ammiro il vostro amore, ma ancora più la vostra condotta. In verità siete una donna di un talento e di uno spirito sorprendente.

Beatrice. Io non so niente; ma è l’amore che mi consiglia. Chi è di là?

Servitore. Comandi.

Beatrice. Dite al padrone che venga qui.

Servitore. Non so che cos’abbia, signora. Passeggia solo, batte i piedi per terra, guarda il cielo, e pare che pianga.

Beatrice. Cercatelo subito, e ditegli che venga da me, che mi preme.

Servitore. Sarà servita. (parte)

Beatrice. Sentite in che stato di afflizione si trova? Non merita compassione?

Clarice. Può anch’essere ch’egli si affligga, temendo di non poter più menare la vita solita.

Beatrice. Perchè volete pensar sì male di lui? Compatitemi, siete troppo indiscreta.

Clarice. Credetemi, ch’io lo desidero quanto voi cambiato, e se temo, temo appunto perchè.... basta, non vo’ dir altro.

Beatrice. Ditelo, perchè l’amate.

Clarice. Sì, non lo so negare.

Beatrice. Che siate benedetta! Eccolo, ch’egli viene.