Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1907, I.djvu/375

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IL PRODIGO 321

SCENA XVII.

Momolo e dette.

Momolo. (Siora Clarice co mia sorella! Me vergogno de comparirghe davanti). (arrestandosi)

Beatrice. Avanzatevi, signor fratello. Il vergognarsi è superflua con chi sa i disordini vostri. Siamo agli estremi per la vostra mala condotta, e per compimento delle vostre disgrazie, abbiamo nuove sicure che la vostra causa è precipitata.

Momolo. Ah, pazenzia! Cara sorella, abbiè compassion de mi; son un povero miserabile, e confesso de esserlo per causa mia.

Clarice. Conoscete ora i vostri disordini?

Momolo. Pur troppo li cognosso, e me despiase de esser in sto stato che so, per no poder far veder al mondo la premura che gh’averia de remetter el mio concetto, de scambiar vita, e de comparir quell’omo civil e onorato, che vol la mia nassita e l’esser de galantomo.

Clarice. Buone massime, se venissero veramente dal cuore.

Beatrice. Ditemi un poco. Se la causa fosse andata bene per voi, se aveste ricuperati gli effetti arrestati, che cosa avreste fatto per dimostrare pubblicamente la verità di quello che ora vantate?

Momolo. Cognosso che da mia posta no son capace per adesso de piantar un novo sistema, e de seguitarlo con regola e con profitto. M’averia volesto buttar in brazzo de qualche persona amorosa, e m’averia lassà regolar fin tanto che m’avesse cognossù capace de far mi medesimo i mi interessi, e regolar la mia casa. Cognosso, vedo e capisso che per esser stima galantomo, no s’ha da buttar via el soo in sta maniera. Vedo, pur troppo, che ho fatto mal.... ma cossa serve che diga, se za per mi no ghe xe remedio?

Beatrice. Nel caso che aveste ricuperati i vostri effetti, vi fidereste che io e mio marito vi facessimo l’economia?

Momolo. Cussì fussimo in stato, come ve pregheria in zenochion vu e sior Celio de farlo per carità.