Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1907, I.djvu/435

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SCENA X.

Clarice, poi Pantalone.

Clarice. Gran prodigio è questo del signor conte. Non ha mai fatto altrettanto. Ad onta delle sue grandiose parole, 1’ ho sempre creduto spiantato, ma convien dire ch’ei possa spen- dere, se ha fatto per me il sacrifizio di parecchi zecchini. Ciò mi fa sperare qualche cosa di più... Ma penso poi fra me stessa, che il vivere di regali e di protezioni è una cosa di troppo pericolo e di molto poco decoro. Pazienza! Ho gettato il tempo a imparare la musica, e la voce mi ha tradito. Sono stata allevata con morbidezza, e ora non so ridurmi... Oh, converrà che ci pensi e che mi procuri un marito, o che mi determini ad un mestiere che possa darmi da vivere con un poco più di riputazione.

Pantalone. Con grazia. Se poi vegnir?

Clarice. Venga, venga, signor Pantalone.

Pantalone. Cossa feu, fìa mia? Steu ben?

Clarice. Benissimo, per servirla. Ed ella, signore, come si porta?

Pantalone. Mi stago da re. Pochi bezzi, ma sanità e bon tempo no me ne manca.

Clarice. Chi ha spirito, non si lascia abbattere dalle disgrazie.

Pantalone. Parlemo de cosse alliegre. Son vegnù a disnar con vu; me voleu?

Clarice. Mi farà piacere. Ma sa ch’io son sola; se si con- tenta di quel poco che e è.

Pantalone. Me contento de tutto. Me basta la compagnia de siora Clarice. M’ ho tolto la libertà de portarve un per de pemise. Tolè, fìa, che le fare cusinar.

Clarice. Bene obbligata al signor Pantalone. Le mangeremo in compagnia, se si contenta.

Pantalone. No so se poderò restar. Se no vegnirò mi, le ma- gnerà vu, una stamattina e una sta sera. Le metto qua su sto taolin. (pone le pernici sul tavolino e vede la stoffa) Cossa xe sta roba? qualche spesa da novo?