Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1907, I.djvu/546

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Dottore. Lo senti? A tua confusione tutti 1’approvano. Brighella, falla venire.

Brighella. La servo subito, sior patron; a mi no me tocca parlar, ma la creda che Rosaura V e una donna de garbo. (parte) Arlecchino, (uscendo di sotto al tavolino) Sior sì, r è vera; lo confermo anca mi.

Dottore. Va via, cosa fai tu qui?

Arlecchino. ( Vuol andar via.- non trova luogo, essendo tutto chiuso dalle) sedie, fa cader Lelio, e parte) (1).

Florindo. (Come mai costei in si poco tempo s’acquistò Y amore,) e la parzialità di ciascuno?) (da sé)

Isabella. (Quanto mi spiace che colei abbia a esser presente!) (da sé)

Florindo. Giacché ognun si contenta, anch’io m’accheto. Venga pure. (Conviene dissimulare). (da sé)

SCENA VIL

Rosaura e detti.

Rosaura. Onorata da grazie non meritate, vengo piena di con- fusione e rossore. Siate certi, o signori, ch’io non saprò abusarmi della vostra generosa parzialità; e che conoscendo me stessa, non crederò mai di meritare ciò che da voi mi viene gene- roscimente concesso.

Dottore. Si può dir meglio?

Ottavio. Venite qui presso di me.

Rosaura. Volentieri. Con licenza di lor signori. (siede presso ad Ottavio)

Ottavio. Avete inteso? V era il terno nella Cabala, e non 1’ ho saputo trovare. (piano a Rosaura)

Rosaura. (Un’altra volta). (ad Ottavio)

Ottavio. (Oh, si sa, e il 1 6 che voi mi avete dato?) (come sopra)

Rosaura. (Un numero l’ ho sempre sicuro). (come sopra)

Ottavio. (Quest’altra volta). (come sopra) (I) Queste due righe si leggono nelle edd. Bettin. e Pap>er.: mancano nelle edd. Pasq. e Zatta.