Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1907, I.djvu/603

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IL SERVITORE DI DUE PADRONI 545

Pantalone. Mo el xe elo lu.

Clarice. (Me infelice, che sarà di noi?) (piano a Silvio)

Silvio. (Non dubitate, vi dico; siete mia e vi difenderò). (piano a Clarice)

Pantalone. (Cossa diseu, Dottor, xelo vegnù a tempo?) (piano al Dottore)

Dottore. Accidit in puncto, quod non contingit in anno.

Beatrice. Signor Pantalone, chi è quella signora? (accennando Clarice)

Pantalone. La xe Clarice mia fìa.

Beatrice. Quella a me destinata in isposa?

Pantalone. Sior si, giusto quella. (Adesso son in un bell’intrigo). (da sè)

Beatrice. Signora, permettetemi ch’io abbia l’onore di riverirvi. (a Clarice)

Clarice. Serva divota. (sostenuta)

Beatrice. Molto freddamente m’accoglie. (a Pantalone)

Pantalone. Cossa vorla far? La xe timida de natura.

Beatrice. E quel signore è qualche vostro parente? (a Pantalone, accennando Silvio)

Pantalone. Sior sì; el xe un mio nevodo.

Silvio. No signore, non sono suo nipote altrimenti, sono lo sposo della signora Clarice. (a Beatrice)

Dottore. (Bravo! Non ti perdere. Di’ la tua ragione, ma senza precipitare). (piano a Silvio)

Beatrice. Come! Voi sposo della signora Clarice? Non è ella a me destinata?

Pantalone. Via, via. Mi scoverzirò tutto. Caro sior Federigo, se credeva che fosse vera la vostra disgrazia che fussi morto, e cussì aveva dà mia fìa a sior Silvio; qua no ghe xe un mal al mondo. Finalmente sè arrivà in tempo. Clarice xe vostra, se la volè, e mi son qua a mantegnirve la mia parola. Sior Silvio, no so cossa dir; vedè coi vostri occhi la verità. Savè cossa che v’ho dito, e de mi no ve podè lamentar.

Silvio. Ma il signor Federigo non si contenterà di prendere una sposa, che porse ad altri la mano.

Beatrice. Io poi non sono sì delicato. La prenderò non ostante. (Voglio anche prendermi un poco di divertimento). (da sé)


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