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IL SERVITORE DI DUE PADRONI 573


Pantalone. Sior sì, stabilidi e conclusi.

Silvio. Mi maraviglio che me lo diciate con tanta temerità. Uomo senza parola1, senza riputazione.

Pantalone. Come parlela, patron? Co un omo vecchio della mia sorte la tratta cussì?2

Silvio. Non so chi mi tenga, che non vi passi da parte a parte.

Pantalone. No son miga una rana, patron. In casa mia se vien a far ste bulae?

Silvio. Venite fuori di questa casa.

Pantalone. Me maraveggio de eia, sior.

Silvio. Fuori, se siete un uomo d'onore.

Pantalone. Ai omeni della mia sorte se ghe porta respetto.

Silvio. Siete un vile, un codardo, un plebeo.

Pantalone. Sè un tocco de temerario.

Silvio. Eh, giuro al cielo . . . (mette mano alla spada)

Pantalone. Agiuto. (mette mano al pistolese)

SCENA IV.

Beatrice colla spada alla mano, e detti.

Beatrice. Eccomi; sono io in vostra difesa. (a Pantalone, e rivolta la spada contro Silvio)

Pantalone. Sior zenero, me raccomando. (a Beatrice)

Silvio. Con te per l’appunto desideravo di battermi. (a Beatrice)

Beatrice. (Son nell’impegno). (da sè)

Silvio. Rivolgi a me quella spada. (a Beatrice)

Pantalone. Ah, sior zenero . . . (timoroso)

Beatrice. Non è la prima volta che io mi sia cimentato. Son qui, non ho timore di voi. (presenta la spada a Silvio)

Pantalone. Aiuto. No gh’è nissun? (Parte correndo verso la strada. Beatrice e Silvio si battono. Silvio cade e lascia la spada in terra, e Beatrice gli presenta la punta al petto.)


  1. Bettin.: Uomo indegno, senza parola ecc.
  2. Segue nell’ed. Bettin.: «Silv. Se non foste vecchio, come siete, vi pelerei quella barba. Pant. Poderave anca esser, che mi ghe taggiasse i garettoli. Silv. Non so chi ecc.».