Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, II.djvu/56

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50 ATTO SECONDO

Tonino. I mii bezzi li tien sior Ottavio, ma aspetterò che el dorma, e ghe li roberò fora de scarsella.

Beatrice. Volete rubare la roba vostra? Piuttosto domandategli il vostro bisogno.

Tonino. Co ghe ne domando, nol me ne vol dar. El xe un can, el xe un fio... (vede Ottavio, e si perde)

Ottavio. Bravo, signor Tonino.

Tonino. Una donna con le braghesse. (ad Ottavio, ridendo)

Ottavio. Andate nella vostra camera.

Tonino. Tolè; no me posso mai devertir un poco. Sempre el me cazza in camera, sempre el me cria. Voi tornar a Venezia.

Ottavio. (Bisogna ch’io lo diverta un poco per non perderlo). (da sé) Andate a casa del signor Fabrizio; trattenetevi colà fin ch’io vengo.

Tonino. Oh sì; anderò da quella putta romana, che la me dirà: sì signore.

Beatrice. È grazioso il signor Tonino.

Ottavio. Sì eh? me ne consolo. (a Beatrice, ironico)

Tonino. Sior omo e donna, la reverisso. (No la ghe diga gnente). (piano a Beatrice)

Ottavio. Che sono questi secreti?

Tonino. Gnente. Vago via. (La me voggia ben). (piano a Beatrice, e parte)

SCENA VIII.
Ottavio e Beatrice.

Beatrice. Quanto mi ha fatto ridere.

Ottavio. Ho inteso i concerti che si facevano.

Beatrice. Concerti di che?

Ottavio. Vi piacerebbe ch’egli avesse degli zecchini.

Beatrice. Che importa a me del denaro degli altri? non ho il mio bisogno?

Ottavio. Perchè animarlo dunque a domandarmene? Ho inteso tutto.

Beatrice. Mi credete capace di una simile debolezza?