Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, III.djvu/115

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Ottavio. Sì, va benissimo. Ma aggiungetevi nella sottoscrizione: Fedelissimo sino alla morte.

Florindo. Sì, sì, fino alla morte. (scrivendo)

Ottavio. Gran bella abilità. Grande spirito che ha questo ragazzo.

SCENA II.
Beatrice e detti.

Beatrice. Via, via, basta così, non studiar tanto, non ti affaticar tanto. Caro il mio Florindo, poverino, ti ammalerai se starai tanto applicato. Signor maestro, ve l’ho detto, non voglio che me lo ammazziate. Il troppo studio fa impazzire; caro il mio bene, levati, levati da quel tavolino.

Florindo. Eccomi, signora madre, ho finito. (dopo d’aver nascosta la lettera)

Ottavio. Non si sazia mai di studiare. Ha fatta la più bella lezione che si possa sentire.

Florindo. Ed il signor maestro me l’ha corretta da par suo.

Beatrice. Viscere mie, sei stracco? Ti se’ affaticato? Vuoi niente? Vuoi caffè, vuoi rosolio?

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Beatrice. Sentite che temerario?

Ottavio. Animo, avete terminata la lezione?

Lelio. Signor no, non l’ho terminata.

Ottavio. Ve la farò terminare per forza.

Beatrice. Sì, fate che s’affatichi queir asinaccio.

Florindo. No, cara signora madre, non lo mortificate il povero mio fratello. E voi, signor maestro, abbiate carità di lui; se è ignorante, imparerà.

Lelio. Che caro signor virtuoso! La ringrazio de’ buoni uffici che fa per me. Ti conosco, finto simulatore, bugiardo.

Beatrice. Uh che lingua maledetta! Andiamo, andiamo, non gli rispondere. Non andar in collera, speranza mia, che il sangue non ti si scaldi. Vieni, vieni; ti voglio fare la cioccolata.