Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, III.djvu/149

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Colombina. Siete innamorato di queste mie strepitose bellezze?

Florindo. Voi scherzate, ed io mi struggo, ed io piango amaramente per causa della vostra crudeltà. (Bisogna piangere; l’ho imparato dalle donne). (da sé)

Colombina. (Se dicesse da vero, vorrei anche tentar la mia sorte). (da sé)

Florindo. Ebbene, cosa dite? Mi volete veder morire?

Colombina. Cosa direbbe di me la vostra signora madre?

Florindo. Niente, quando si tratta di contentarmi, accorda tutto. Mia madre mi ama. M’impegno che, se lo sa, ci sposa colle sue memi.

Colombina. E vostro signor padre?

Florindo. In quanto a lui, dica ciò che vuole. Mia madre m’ha sempre detto che, se egli mi abbandonerà, mi mantenirà colla sua dote.

Colombina. Orsù, io non voglio esser la causa di tali rovine.

Florindo. Dunque sarete causa della mia morte.

Colombina. Eh, che non si more, no, per queste piccole cose.

Florindo. Ma voi, pazza che siete, vorrete perdere la vostra fortuna? Ancorché nasca qualche romore in casa, tutto s’accomoda; e voi di serva diverrete padrona.

Colombina. Certo... Se potessi sperare che la cosa andasse così...

SCENA VI.


Florindo. Eh non importa, dateglieli, che ve ne farò io un paio di più belli.

Colombina. In verità non mi sento disposta.

Ottavio. Ecco lì l’avarizia. Non siete degna del bene che vi offerisce la sorte. Lasciatela, signor Florindo, lasciatela, o io vado adesso a scoprir questo fatto al signor Pantalone.

Florindo. Fermatevi, per carità.