Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, III.djvu/169

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Pantalone. Caro Dottor, gh’havè do fie da mandar?

Dottore. Le ho certamente; e non ho altri che queste, e quel poco che ho al mondo, sarà tutto di loro.

Pantalone. Oh, se savessi quanto che xe che ghe penso, e quante volte son sta in disposizion de domandarvene una per un di mi fioi.

Dottore. Questo sarebbe il maggior piacere che io potessi desiderarmi. Sapete quanta stima faccio di voi, e so che non potrei collocar meglio una mia figliuola.

Pantalone. Ma adesso no gh’ho più fazza de domandarla.

Dottore. No? Perchè?

Pantalone. Perchè Florindo xe ancora troppo zovene, noi gh’ha gnancora giudizio; e pò l’ è un certo temperamento, che no me persuade de mandarlo. Aveva destina che se mandasse Lelio, che xe el più grando, e che me pareva no buttasse mal, ma adesso no so cossa dir. Sto fatto de sti tresento scudi me mette in agitazion. No voria rovinar una putta, e quel che no me piaserave per mi, no gh’ho cuor de rischiar per un altro.

Dottore. Voi non parlate male. Si tratta di un matrimonio. Si tratta della quiete di due famiglie. Procuriamo di venire in chiaro della verità. Fonmamo un processetto con politica fra voi e me. Voi avete in casa dell’altra gente, avete un altro figlio, avete della servitù. Chi sa, potrebbe darsi che qualcun altro fosse il ladro, e Lelio fosse innocente.

Pantalone. Volesse el cielo che la fusse cussi. In tal caso a Lelio mio fio ghe daressi una vostra fìa per mugier?

Dottore. Molto volentieri. Con tutto il core.

Pantalone. Caro Dottor, vu me console. Vu sé veramente un amigo de cuor.

Dottore. Il vero amico si conosce nelle occasioni e nelli travagli.

Pantalone. I travagi xe spessi, e i veri amici i xe rari.

Dottore. La rarità della buona amicizia fa coltivar con più forza r amico.

Pantalone. Se coltiva de le volte i nemici. m