Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, III.djvu/210

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miserabili circostanze nelle quali ti trovi, e non compiacerti vanamente delle finezze di don Rodrigo, le quali non devono passare i limiti della compassione.

SCENA il.

Colombina, poi Anselmo e delta.

Colombina. Signora padrona, non ve l’ho detto?

Eleonora. Ebbene, chi è?

Colombina. 11 signor Anselmo, il quale probabilmente verrà a portar via quei pochi denari che potevano servire per voi (’).

Anselmo. Si può venire? (di denlro)

Eleonora. Passi, passi, signor Anselmo.

Colombina. (Almeno gli voglio dire le nostre miserie), (da sé (2)

Anselmo. Buon giorno a V. S. Illustrissima.

Eleonora. Serva, signor Anselmo.

Anselmo. Come sta ella? sta bene?

Eleonora. Eh, così, così. Oppressa dalle mie disgrazie.

Anselmo. Ah! davvero la compatisco; e tutta la città sente con rammanco e dispiacere le sue disavventure.

Eleonora. S’accomodi.

Anselmo. Grazie alla bontà di V. S. Illustrissima. (siede)

Eleonora. Caro signor Anselmo, non mi mortificate con cerimonie che poco si convengono allo stato in cui mi ritrovo.

Anselmo. Mi perdoni, signora. Ella è nata dama: povertà non guasta gentilezza. Le male azioni son quelle che pregiudicano all’onore delle famiglie, e non le disgrazie. La fortuna può levare i denari, ma non arriva a mutare il sangue. La nobiltà è un carattere indelebile che merita sempre venerazione e rispetto; e siccome il nobile, benché povero, è sempre nobile, così dobbiamo noi altri umiliarci alla nobiltà del sangue, senza riflettere agli accidenti della fortuna.

Eleonora. Tutti non pensano come voi, signor Anselmo, e per lo più si stima più nobile chi ha più denari. (I) Beli., Raperini e Sav.: noi. (2) Bell, e Sav.: piano, e si rilira un poco.