Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, III.djvu/38

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Florindo. Brava, la mia cara Fiammetta. Siete veramente una giovine di garbo.

Fiammetta. Obbligatissima alle sue grazie. (senza guardarlo)

Florindo. Siete graziosa, siete spiritosa, ma avete un difetto che mi spiace.

Fiammetta. Davvero? E qual è questo difetto che a lei dispiace?

Florindo. Siete un poco rustica; avete dei pregiudizi pel capo.

Fiammetta. Fo il mio debito, e tanto basta.

Florindo. Eh! ragazza mia, se non farete altro che il vostro debito, durerete fatica a farvi la dote.

Fiammetta. Noi altre povere donne, quando abbiamo un buon mestiere per le mani, troviamo facilmente marito.

Florindo. La fortuna vi ha assistito, facendovi capitare in una casa dove vi è della gioventù, e voi non ve ne sapete approfittare.

Fiammetta. Signor Florindo, questi discorsi non fanno per me.

Florindo. Cara la mia Fiammetta, e pure ti voglio bene.

Fiammetta. Alla larga, alla larga; meno confidenza.

Florindo. Lasciatemi vedere, che camicia è questa? (con tal pretesto le tocca le mani)

Fiammetta. Eh! giù le mani.

Florindo. Guardate, questo manichino è sdrucito. (la tocca)

Fiammetta. Che impertinenza!

Florindo. Via, carina. (segue a toccarla)

Fiammetta. Lasciatemi stare, o vi do questo ferro sul viso.

Florindo. Non sarete così crudele. (come sopra)

Fiammetta. Insolente. (gU dà col Jerro sulle dita)

Florindo. Ahi! mi avete rovinato. Ahi! mi avete abbruciato.

SCENA X.

Beatrice e detti.

Beatrice. Cos’ è? Cos’ è stato?

Florindo. Fiammetta col ferro rovente mi ha scottate le dita; mirate, ahi, che dolore!