Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, III.djvu/41

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IL PADRE DI FAMIGLIA 33

Pancrazio. E v’è bisogno che Fiammetta lo medichi? Perchè non lo fate voi?

Beatrice. Oh! io non ho cuore. Se mi ci accosto, mi sento svenire.

Pancrazio. Animo, animo, basta così. (a Fiammella)

Fiammetta. (Se sto troppo in questa casa, imparerò qualche cosa di bello). (da sè) Comanda altro?

Beatrice. Va via di qua, non voglio altro.

Fiammetta. (Manco male). (va per partire)

Florindo. (Cara Fiammetta, un poco più di carità). (piano a Fiammella)

Fiammetta. (Se questa volta vi ho scottate le dita, un’altra volta vi scotto il naso). (piano a Florindo, e va via)

Pancrazio. Eh ragazzi, ragazzi! Se non avrete giudizio!

Lelio. Ma che cosa faccio? Gran fatalità è la mia!

Pancrazio. Manco parole. Al padre non si risponde.

Beatrice. Se ve lo dico, è insopportabile.

Florindo. Di me, signor padre, spero non vi potrete dolere.

Pancrazio. Qua voi non ci dovete venire. Questa non è la vostra camera.

Beatrice. Via, non gli gridate. Poverino! Guardatelo come venuto smorto. Subito che gli si dice una parola torta, va in accidente.

Pancrazio. Ah che caro bambino! Voi tu la chicca, vita mia? (ironico)

Beatrice. Già lo so, non lo potete vedere. Quello è le vostre viscere; quello è il vostro caro. Il figlio della prima sposa. Il primo frutto de’ suoi teneri amori.

Pancrazio. Basta, basta. Ovvia, signorini, andatevi a vestire, e andate fuori di casa col signor maestro.

Lelio. La signora madre non vuole che Florindo venga con me.

Beatrice. Signor no, non voglio. Non siete buono ad altro che a dargli de’ mali esempi.

Lelio. Eh, la signora madre gli dà dei buoni consigli.

Beatrice. Sentite che temerario!

Lelio. La verità partorisce l’odio.

Pancrazio. Vuoi tu tacere?