Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, III.djvu/42

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Lelio. Mi sento crepare.

Pancrazio. Se tu non taci... Va via di qua.

Lelio. (Oh! se fosse viva mia madre, non anderebbe cosi). (parte)

Pancrazio. Via, andate ancora voi. Vestitevi, che il maestro v’aspetta.

Beatrice. Ma se non voglio che vada con Lelio...

Pancrazio. A me tocca a regolare i figliuoli. Animo, sbrigatevi. (a FloTÌndo)

Florindo. Io altro non desidero che obbedire il signor padre.

Beatrice. Sentitelo se non innamora con quelle parole dolci.

Pancrazio. Belle, belle, ma vogliono esser fatti e non parole.

Beatrice. Che fatti? Che cosa volete ch’egli faccia?

Pancrazio. Studiare e far onore alla casa.

Beatrice. Oh! per istudiare, studia anche troppo.

Pancrazio. Anche troppo? E lo dite in faccia sua? Senti tu che cosa dice tua madre? Che tu studi troppo. Ma io che ti son padre, ti dico che, se tu non istudierai, se tu non mi obbedirai, ti saprò castigare. Animo, va col signor maestro.

Florindo. (Sarà facile ch’io l’obbedisca, mentre è un maestro fatto apposta per uno scolare di buon gusto, come son io), (parte

SCENA XIII.

Pancrazio e Beatrice.

Pancrazio. Che diavolo fate voi! Sul suo viso dite al vostro figliuolo che egli studia anche troppo? E questa la buona maniera di rilevare (0 i figliuoli? Mi maraviglio de’ fatti vostri. Non avete punto di giudizio.

Beatrice. Confesso il vero che ho detto male; non lo dirò più. Ma voi, compatitemi, siete troppo austero, non date mai loro una buona parola; li tenete in troppa soggezione.

Pancrazio. Il padre non deve dar mai mai confidenza ai figliuoli; non dico che li debba trattar sempre con severità, ma li deve tener in timore. La troppa confidenza degenera in insolenza; e (I) Zalla: allevare.