Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, III.djvu/442

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Colombina. Tu non pensi che a mangiare, ed a me tocca quasi sempre far quello che dovresti far tu.

Arlecchino. Cara Colombina, son omo da poderte refar; se ti ti te sfadighi la mia parte, mi magnerò la toa.

Colombina. Orsù, ora non è tempo di barzellette. Bisogna mettere in ordine questi tavolini e queste sedie, e preparare le carte, perchè, come scii, questa sera vi sarà conversazione. ArI£CCHINO. Alla conversazion cossa fai delle carte?

Colombina. Oh bella! giuocano, e giuocano di grosso. Sono lutti amici quelli che vengono in questa casa, ma vorrebbero potersi spogliare l’uno con l’altro.

Arlecchino. La saria bella che i spoiasse la padrona, e che la restasse in camisa.

Colombina. Oh! non vi è pericolo; la padrona non perde mai. O per fortuna, o per convenienza, o per complimento, se vince, tira, se perde, non paga.

Arlecchino. In sta maniera vorria zogar anca mi.

Colombina. Ma questo privilegio è solo per le donne. Gli uomini perdono a rotta di collo. Ne ho veduti parecchi in questa casa rovinarsi. Vengono a conversazione, e vi trovano la malora; vengono allegri, e partono disperati.

Arlecchino. Ho sentì anca mi qualche volta a bestemmiar...

Colombina. Ecco la padrona. Presto le sedie. (s ’affrettano nelt accomodar quanto occorre

SCENA V.

Beatrice e detti.

Beatrice. E quando la finirete? Tanto vi vuole ad accomodare quattro sedie?

Arlecchino. Colombina no la fenisse mai.

Colombina. Se non fossi io! Costui non è buono a nulla. Questa sedia qui. (regolando una sedia posta da Arlecchino)

Arlecchino. Siora no, la va qua. (la scompone)

Colombina. Non va bene. La voglio qui. (la rimette dove era