Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, III.djvu/483

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L'AVVOCATO VENEZIANO 469


che tanto vi preme, che abbiate a chiedere con tanta forza? con sì gran calore1?

Alberto. Ve dirò; giera qua che me parecchiava alla disputa. Me figurava de esser davanti al Giudice, e infervora nella conclusion della renga, domandava giustizia alla rason, alla verità2.

Lelio. Questo è troppo, perdonatemi. Bisogna guardarsi da certe caricature.

Alberto. Bravo, disè ben, lo so anca mi. Ma a logo e tempo bisogna valerse dei mezzi termini. E sta volta la mia disputa giera d’un certo tenor, che bisognava terminarla cussì.

Florindo. Signor Alberto, la vostra disputa non mi dispiace. Vado a confermare al Giudice la trattazione per oggi.

Alberto. Sia ringrazià el cielo. No vedo l’ora de far conosser al mondo chi son.

Lelio. Tutti sanno che siete un bravo oratore.

Alberto. Eh! amigo, spero far cognosser una cossa, che preme più.

Lelio. Io non v’intendo.

Florindo. L’intendo io, e tanto basta. Dopo pranzo sarò da voi.

Alberto. Songio sicuro?

Florindo. Sicurissimo.

Alberto. Sieu benedetto. Tolè, che ve lo dago de cuor. (gli dà un bacio)

Florindo. (Se il Conte mi ha ingannato, me ne renderà conto). (parte)

SCENA XIII3.
Alberto e Lelio.

Lelio. Amico, ora che siamo soli, mi voglio sgravare di un peso che ho sullo stomaco. Per Rovigo si è sparsa la voce che voi siate innamorato della signora Rosaura, e ciò mi dispiace infinitamente, mentre, se ciò fosse, io ne sarei la cagione, per avervi condotto in conversazione con lei.

  1. Bett. e Pap.: che abbiate a chiedere per carità?
  2. Bett. e Pap.: domandava giustizia e carità.
  3. Sc. XII nelle edd. Bett., Pap. ecc.