Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, III.djvu/490

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Rosaura. Caro signor zio, fatemi il piacere, per oggi lasciatemi a pranzo colla signora Beatrice.

Dottore. Signora, no certamente. Oggi si tratta la causa, e voi avete a venire con me al tribunale.

Rosaura. Io? Che ho da fare al tribunale? Compatitemi, non ci voglio venire.

Conte. Eh sì, andate, che le vostre bellezze faranno più del vostro avvocato.

Dottore. Io non ispero nessuno avvantaggio della presenza di mia nipote, ma questo è lo stile di questo foro. I clienti, quando possono, devono personalmente intervenire.

Rosaura. Con qual fronte volete che io sostenga in pubblico la presenza del Giudice e gli occhi de’ circostanti? lo non sono avvezza.

Conte. Poverina! Temete la presenza del Giudice, gli sguardi de’ circostanti? Vi consoleranno gli occhi dell’avvocato avversario.

Rosaura. (Sfacciato!) (Ja sé)

Dottore. Come? Vi è qualche novità?

Conte. Oh sì, signore, la vostra cliente, la vostra nipote congiura contro di voi, contro di me e contro di se medesima.

Dottore. Ma perchè?

Conte. Perchè è innamorata del Veneziano.

Dottore. E egli vero? (a Rosaura)

Conte. Non la vedete? Col suo silenzio approva le mie parole. Io vi consiglio, signor Dottore, d’andare avanti al Giudice, rappresentar questo fatto di cui ne sarò io testimonio, e sospendere la trattazion della causa. (O per una via, o per l’altra, voglio veder se mi riesce di coglier tempo). (da sé)

Dottore. Dirò, signor Conte, se vado dal Giudice con questa ciarla, ho timore di farmi ridicolo. Sia pur la cliente innamorata, se vuole, del suo avversario, le ragioni le ho da dire io, la causa la maneggio io, onde, con sua buona grazia, la causa ha da andare innanzi.

Conte. Siete un uomo poco prudente. Andate, trattatela, perdetela; ma VI protesto, che se Rosaura rimane spogliata, se non ha