Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, III.djvu/556

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Fiammetta. La riverisco. (entra in casa)

Arlecchino. Cugnà, andemo; te son obbligado. Va là, che ti è un omo de garbo. (parte)

Trastullo. Adesso che sei maritato, tu stai bene. [parte

SCENA XVI.

Camera di Rosaura. ROSAUE^ a sedere. Ah, che per me non vi è più rimedio. Il giorno si va avanzando, ed io deggio determinarmi ad un qualche partito. Ottavio è risoluto d’abbandonarmi, e sia la sua o incostanza, o virtù, persiste nel ricusar le mie nozze. Se mi sposo a Pancréizio, perdo per sempre la speranza di conseguirlo; se mi dichiaro di volerlo, rimango miserabile, e Ottavio non vonà precipitare la sua casa. Dunque, che deggio fare? Ah padre incauto e crudele! Mi lasciasti ricca, con una condizione che mi rende la più miserabile della terra. Ohimè, il dolore, l’affanno... la disperazione... mi sento morire... (sviene e quasi precipita dalla sedia

SCENA XVII.

Lelio e detta.

Lelio. Saldi, signora Rosaura. (la trattiene che non cada)

Rosaura. Ohimè!

Lelio. Rimettetevi; che cos’ è stato?

Rosaura. Signor Lelio, lasciatemi, per pietà.

SCENA XVIII.

Beatrice che osserva, e detti.

Lelio. Tolga il cielo che io vi lasci in braccio alla disperazione.

Rosaura. Almeno non palesate a veruno questa mia debolezza.

Lelio. Non temete, sarò segreto.