Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, III.djvu/67

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Ottavio. (Ossertia) (Lelio chiude la camera. Florindo sarà nascosto), (da sé)

Lelio. Eccomi, signor padre. I denari li ho posti sul tavolino, e questa è la chiave della camera. (gli dà la chiave)

Pancrazio. Lelio, vieni con me. Avanti che andiamo a tavola, voglio che diamo un’occhiatina a quel conterello de’ cuoi.

Lelio. Farò tutto quello che comandate.

Ottavio. Signor Pancrazio, sono due ore che è suonato mezzo giorno.

Pancrazio. Un poco di pazienza. Quando mangerò io, mangerete anco voi.

Ottavio. Signore... per verità, ci patisco.

Pancrazio. Se non vi piace, andate a trovar di meglio, (parte)

Lelio. Non siete buono ad altro che a mangiare. (parie

SCENA X.

Ottavio, poi Florindo.

Florindo. Signor maestro. (mettendo la testa fuori della porta)

Ottavio. Oh! Che fate lì?

Florindo. V’è nessuno?

Ottavio. No.

Florindo. Zitto.

Ottavio. (Sta a vedere che l’ha fatta bella! ) (da sé)

Florindo. La fortuna non abbandona nessuno. Ecco il sacchetto.

Ottavio. L’avete preso?

Florindo. Sì.

Ottavio. Bravo. Come avete fatto?

Florindo. Quand’ è venuto Lelio, mi son nascosto nell’armadio, ho preso il sacchetto, ed ho aperta la porta per di dentro con somma facilità.

Ottavio. Ricordatevi che voglio la mia parte.

Florindo. Volentieri.

Ottavio. Son trecento scudi, cento e cinquanta per uno.