Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, III.djvu/86

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78 ATTO TERZO

Pancrazio. Sapete dunque che cosa m’ha fatto Lelio mio figlio?

Geronio. Lelio, vostro figlio, non è capace di una simile iniquità.

Pancrazio. L’avete veduto? Sapete dov’egli sia?

Geronio. L’ho veduto, e so dove egli è.

Pancrazio. Sia ringraziato il cielo. Sentite, amico, vi confido il mio cuore. I trecento scudi mi dispiacciono, ma finalmente non sono la mia rovina. Quello che mi dispiace è di dover perdere un figlio, che fino ad ora non mi ha dati altri travagli che questo; un figlio, che mi dava speranza di sollevarmi in tempo di mia vecchiezza.

Geronio. Credete veramente che Lelio v’abbia portati via li trecento scudi?

Pancrazio. Ah, pur troppo è così! Il signor Fabrizio m’ha assicurato che ha consegnati i denari a Lelio.

Geronio. Ed io credo che sia innocente.

Pancrazio. Volesse il cielo! L’avete veduto? Gli avete parlato?

Geronio. L’ho trovato per strada piangente, disperato. Mi ha raccontato il fatto e mi ha intenerito. Per la buona amicizia che passa fra voi e me, ho procurato quietarlo, consolarlo. Gli ho data speranza che si verrà in chiaro della verità; che parlerò a suo padre; che tutto si aggiusterà; e abbracciandolo, come mio proprio figlio, l’ho condotto alla mia casa e ho riparato in questa maniera ch’ei non si abbandoni a qualche disperazione.

Pancrazio. Vi ringrazio della carità. Adesso è tuttavia in vostra casa?

Geronio. Sì, è in mia casa; ma vi dirò che l’ho serrato in una camera, e ho portato meco le chiavi, perchè ho due figlie da marito, e non vorrei, per fare un bene, esser causa di qualche male.

Pancrazio. Avete due figlie da maritare, lo so benissimo.

Geronio. E non ho altri che queste; e quel poco che ho al mondo, sarà tutto di loro.