Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, III.djvu/95

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Florindo. Signora sì, e per questo?

Beatrice. Levati tosto dagli occhi miei, parti subito di questa casa. (a Fiammetta)

Fiammetta. Signora padrona, abbiate carità di una povera sventurata.

Beatrice. Non meriti carità. Via di questa casa, e quanto prima anderai esiliata dalla città.

Fiammetta. Pazienza, anderò via, anderò in rovina, e voi, signora, sarete stata la causa del mio precipizio. Signora padrona, lo dico colle lacrime agli occhi, il cielo vi castigherà.

SCENA XI.

Beatrice e Florindo.

Beatrice. (Petulante! Se non parti...) Caro il mio Florindo, non credo mai che tu facessi davvero.

Florindo. Lasciatemi stare.

Beatrice. Che hai? Sei disgustato?

Florindo. Fiammetta non ha da andare fuori di casa.

Beatrice. Anzi voglio che ci vada ora.

Florindo. Non ci anderà, l’intendete? Non ci anderà.

Beatrice. Così parli a tua madre?

Florindo. Oh di grazia? che mi fate paura.

Beatrice. Briccone! Sai che ti voglio bene e per questo parli così.

Florindo. O bene, o male che mi vogliate, non me n’importa un fico. (parte

SCENA XII.

Beatrice, poi Pancrazio.

Beatrice. Oimè! Così mi tratta mio figlio? Mi perde il rispetto? Ah! causa di tutto questo è quell’indegna di Fiammetta. Ha ingannato il mio povero figlio, lo ha stregato assolutamente.