Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1909, IV.djvu/282

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272 ATTO SECONDO

Vittoria. Eh, che da una moglie tenera, come son io, sa egli quanto facilmente può ottenere il perdono.

Ridolfo. Osservi. E andato via senza il cappello. (prende il cappello in terra)

Vittoria. Perchè è un pazzo.

Ridolfo. Perchè è confuso: non sa quel che si faccia.

Vittoria. Ma se è pentito, perchè non dirmelo?

Ridolfo. Non ha coraggio.

Vittoria. Ridolfo, voi mi lusingate.

Ridolfo. Faccia così; si ritiri nel mio camerino; lasci che io vada a ritrovarlo, e spero di condurglielo qui, come un cagnolino.

Vittoria. Quanto sarebbe meglio, che non ci pensassi più!

Ridolfo. Anche per questa volta faccia a modo mio, e spero non si pentirà.

Vittoria. Sì, così farò. Vi aspetterò nel camerino. Voglio poter dire che ho fatto tutto1 per un marito. Ma se egli se ne abusa, giuro di cambiare in altrettanto sdegno l’amore2. (entra nella bottega interna)

Ridolfo. Se fosse un mio figlio, non avrei tanta pena3. (parte)

SCENA XXVII.
Lisaura sola dalla bottega del giuoco, osservando se vi e nessuno che la veda.

Lisaura. Oh! Povera me, che paura! Ah, Conte briccone! Ha moglie, e mi lusinga di volermi sposare! In casa mia non lo voglio mai più. Quant’era meglio ch’io seguitassi a ballare e non concepissi la malinconia di diventare contessa. Piace un poco troppo a noi altre donne il viver senza fatica. (entra nella sua casa e chiude la porta)

Fine dell’Atto Secondo.


  1. Bett., Pap. ecc.: tutto il fattibile.
  2. Bett., Pap. ecc.: tutto l’amore.
  3. Bett., Pap. ecc. aggiungono: Sono stato allevato in casa sua, lo assisto per inclinazione, per gratitudine e per compassione.