Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1909, IV.djvu/348

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336 ATTO PRIMO

Lelio. Sì signore.

Pantalone. A Napoli gh’ho dei patroni e dei amici assae; carteggio con molti cavalieri; se mai vussustrissima fosse un de quelli, sarave mia fortuna el poderla servir.

Lelio. Io sono il Conte d’Ancora per servirvi.

Pantalone. (Cancarazzo! Nol xe mio fio. M’aveva ingannà). (da sè) La perdona, lustrissimo sior Conte, l’ardir; hala cognossù in Napoli un certo sior Lelio Bisognosi?

Lelio. L’ho conosciuto benissimo: anzi era molto mio amico. Un giovane veramente di tutto garbo, pieno di spirito, amato, adorato da tutti. Le donne gli corrono dietro, egli è l’idolo di Napoli, e quello che è più rimarcabile, è d’un cuore schietto e sincero, ch’è impossibile che egli non dica sempre la verità.

Pantalone. (Cielo1, te ringrazio). (da sè) El me consola con ste bone notizie. Me vien da pianzer dall’allegrezza.

SCENA XIX2.
Ottavio dalla locanda, e detti.

Ottavio. Signore, mi rallegro delle vostre consolazioni, (a Pantalone

Pantalone. De cossa, sior Ottavio, se rallegrela con mi?

Ottavio. Dell’arrivo di vostro figlio.

Pantalone. El xe arrivà? Dove xelo?

Ottavio. Bellissima! Non è qui il signor Lelio a voi presente?

Lelio. (Questi è mio padre? L’ho fatta bella). (da sè

Pantalone. Come? Sior conte d’Ancora? (verso Lelio

Lelio. Ah, ah, ah. (ridendo) Caro signor padre, perdonate questo piccolo scherzo. Già vi avevo conosciuto, e stavo in voi osservando gli effetti della natura. Perdonatemi, ve ne prego, eccomi a’ vostri piedi.

Pantalone. Vien qua el mio caro fio, vien qua. Xe tanto che te desidero, che te sospiro. Tiò un basoa, el mio caro Lelio, ma varda ben, gnanca da burla, no dir de sta sorte de falsità.

  1. Tieni un bacio.
  1. Bett. e Pap.: Giove.
  2. Nell’ed. Bell, è sc. XIV.