Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1909, IV.djvu/349

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IL BUGIARDO 337

Lelio. Credetemi, che questa è la prima bugia che ho detto da che so d’esser uomo.

Pantalone. Benissimo, fa che la sia anca l’ultima. Caro el mio caro fio, me consola a vederte cussì bello, cussì spiritoso. Hastu fatto bon viazzo? Perchè no xestu vegnù a casa a drettura?

Lelio. Seppi che eravate in villa, e se oggi non vi vedeva in Venezia, veniva certamente a ritrovarvi alla Mira.

Pantalone. Oh magari! Andemo1 a casa, che parleremo. T’ho da dir delle gran cosse. Sior Ottavio, con so bona grazia.

Ottavio. Son vostro servo.

Pantalone. (Oh caro! Siestu benedio! Vardè che putto! Vardè che tocco de omo! Gran amor xe l’amor de pare! Son fora de mi dalla consolazion). (da sè, parte

Lelio. Amico. Stamane ho pagata la fiera alle due sorelle. Son venute in maschera a cercare di me, le ho condotte al moscato2. Ve lo confido, ma state cheto. (va dietro a Pantalone

SCENA XX.
Ottavio, poi il Dottore3.

Ottavio. Resto sempre più maravigliato della debolezza di queste due ragazze. Mi compariscono d’un carattere affatto nuovo. Per l’assenza del padre si prendono libertà4; ma di tanto non le ho mai credute capaci.

Dottore5. Gli son servitore, il mio caro signor Ottavio. (uscendo di casa

Ottavio. (Povero padre! Bell’onore che gli rendono le sue figliuole!) (da sè

Dottore. (Egli sta sulle sue. Sarà disgustato, perchè sino adesso ho negato di dargli Beatrice). (da sè

Ottavio. (Manco male, che avendomi egli negato Beatrice, mi ha sottratto dal pericolo di avere una cattiva moglie), (da sè

  1. Così Bett.; le edd. posteriori andremo e anderemo.
  2. Bett.: alla malvagia.
  3. Nell’ed. Bett. parla bolognese, come si vede in Appendice.
  4. Bett., Pap. ecc.: questa gran libertà.
  5. Qui comincia in Bett. la sc. XV, ultima dell’atto.