Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1909, IV.djvu/378

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366 ATTO SECONDO

Lelio. (Ora conviene infinocchiare il padre, se sia possibile). (da sè) Signor Dottore, la riverisco divotamente.

Dottore. Le fo umilissima riverenza.

Lelio. Non è ella il padre della signora Rosaura?

Dottore. Per servirla.

Lelio. Ne godo infinitamente, e desidero l’onore di poterla servire.

Dottore. Effetto della sua bontà.

Lelio. Signore, io son uomo che in tutte le cose mie vado alle corte. Permettetemi dunque, che senza preamboli vi dica ch’io sono invaghito di vostra figlia, e che la desidero per consorte.

Dottore. Così mi piace: laconicamente; ed io le rispondo, che mi fa un onor che non merito, che gliela darò più che volentieri, quando la si compiaccia darmi gli opportuni attestati dell’esser suo.

Lelio. Quando mi accordate la signora Rosaura, mi do a conoscere immediatamente.

Dottore. Non è ella il marchese Asdrubale?

Lelio. Vi dirò, caro amico....

SCENA XVIII.
Ottavio e detti.

Ottavio. Di voi andava in traccia. Mi avete a render conto delle imposture inventate contro il decoro delle figlie del signor Dottore. Se siete uomo d’onore, ponete mano alla spada. (a Lelio

Dottore. Come? Al signor Marchese?

Ottavio. Che Marchese! Questi è Lelio, figlio del signor Pantalone.

Dottore. Oh diavolo, cosa sento!

Lelio. Chiunque mi sia, avrò spirito bastante per rintuzzare la vostra baldanza. (mette mano alla spada

Ottavio. Venite, se avete cuore. (mette mano egli ancora

Dottore. (Entra in mezzo) Alto, alto, fermatevi, signor Ottavio, non voglio certamente. Perchè vi volete battere con questo bugiardaccio? Andiamo, venite con me. (ad Ottavio