Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1909, IV.djvu/535

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Conte. Ehi, signora, portatele rispetto.

Luigia. (Ho una rabbia che mi sento crepare). (da sè)

SCENA XVIII1.
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Sancio. Se il segretario non risana, son disperato.

Conte. Signore, guardatevi dal segretario, che è un uomo finto.

Sancio. Temo pur troppo che diciate la verità.

SCENA XIX2.
Donna Aspasia e detti.

Aspasia. Signore, il povero segretario sta per morire, (a don Sancio)

Conte. Come! Che male ha?

Aspasia. È stato avvelenato.

Sancio. Quando? Da chi?

Aspasia. Non lo so! Il medico lo assiste, ma dubita che non vi sia rimedio.

Luigia. Oh diavolo! Le mie sessanta doppie. (via)

Sancio. Misero segretario! Andiamolo a vedere.

Aspasia. Sentite. Sopra il suo tavolino ho ritrovato questi fogli. Osservate, non è questo il decreto che avevate da sottoscrivere?

Sancio. Si, è questo. Ma cosa contiene quest’altro viglietto?

Aspasia. È un biglietto che scrive il Tarrocchi a don Sigismondo, con cui promette di dare a voi cento doppie e a lui cinquanta, se gli fate il decreto.

Sancio. Lasciate vedere. Signor Pantalone.

Pantalone. La me comandi.

Sancio. Per farvi vedere ch’io sono un uomo sincero, leggete questo decreto e questo viglietto. Se vi comoda, non si fa altro che

  1. Vedi p. 507. Sc. XX nell’ed. Pap.
  2. Sc. XXI nell’ed. Pap.