Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1909, IV.djvu/63

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IL TEATRO COMICO 57

Anselmo. Femo cussi, provemolo. Se contentela, sior Lelio, de far una piccola prova?

Lelio. Sono contentissimo. Mi rincresce che ora non posso, mentre non avendo bevuto la cioccolata, sono di stomaco e di voce un poco debole.

Orazio. Faremo così: torni dopo pranzo, e si proverà.

Lelio. Ma frattanto dove avrei io d’andare?

Orazio. Vada a casa, poi torni.

Lelio. Casa io non l’ho.

Orazio. Ma dove è alloggiato?

Lelio. In nessun luogo.

Orazio. Quant’è, ch’è in Venezia?

Lelio. Da ieri in qua.

Orazio. E dove ha mangiato ieri?

Lelio. In nessun luogo.

Orazio. Ieri non ha mangiato?

Lelio. Nè ieri, nè stamattina.

Orazio. Ma dunque come farà?...

Eugenio. Signor poeta, venga a pranzo dal capo di compagnia.

Lelio. Riceverò le sue grazie, signor capo, perchè questi appunto sono gli incerti de’ poeti.

Orazio. Io non la ricevo per poeta, ma per comico.

Petronio. Venga, venga, signore, questo è un incerto anche dei comici, quando si fa la prova.

Orazio. Oh, mi perdoni! Mi tornerebbe un bel conto.

Lelio. Questa è fatta, non se ne parla più. Oggi vedrà la mia abilità.

Petronio. E la principieremo a vedere alla tavola.

SCENA XIII.
Vittoria e detti.

Vittoria. Signor Orazio, è arrivata alla porta una forestiera, piena di ricciolini, tutta brio, col tabarrino, col cappellino, e domanda del capo di compagnia.