Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1909, IV.djvu/86

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80 ATTO TERZO

Vittoria. Lo fanno per non andare nella platea.

Eugenio. Eppure la commedia si gode meglio in platea che in iscena.

Vittoria. Sì, ma taluni dai palchi sputano, e infastidiscono le persone che sono giù.

Orazio. Veramente, per perfezionare il buon ordine de’ teatri, manca l’osservanza di questa onestissima pulizia.

Eugenio. Manca un’altra cosa, che non ardisco dirla.

Orazio. Siamo tra di noi, potete parlare con libertà.

Eugenio. Che nei palchetti non facciano tanto romore.

Orazio. È difficile assai.

Placida. Per dirla, è una gran pena per noi altri comici recitare, allora quando si fa strepito nell’udienza. Bisogna sfiatarsi per farsi sentire, e non basta.

Vittoria. In un pubblico conviene aver pazienza. E alle volte, che si sentono certi fischietti e certe cantatine da gallo? Gioventù allegra; vi vuol pazienza.

Orazio. Mi dispiace che disturbano gli altri.

Petronio. E quando si sentono sbadigliare?

Orazio. Segno che la commedia non piace.

Petronio. Eh! qualche volta lo fanno con malizia; e per lo più nelle prime sere delle commedie nuove, per rovinarle, se possono.

Lelio. Sapete cosa cantano quelli che vanno alla commedia? La canzonetta d’un intermezzo:

          Signor mio, non vi è riparo:
          Io qui spendo il mio denaro,
          Voglio far quel che mi par.

.

Suggeritore. Vado o non vado?

Tonino. Via, andè, che ve mando.

Suggeritore. Come parla, signor Pantalone?

Tonino. Colla bocca, compare.

Suggeritore. Avverta bene: mi porti rispetto, altrimenti si pentirà. Le farò dire degli spropositi in iscena, se non mi tratterà bene. Mentre se i commedianti si fanno onore, è a cagione della mia buona maniera di suggerire. (entra)