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170 ATTO TERZO

Arlecchino. Mi non ho sentido altro che delle schioppetade, e andemo via, avanti che i replica el ponto.

Rosaura. Sì, andiamo. (Mi sta sul cuore la mia povera Colombina). (parte con Arlecchino)

SCENA VIII.

Camera di Ottavio con lumi.

Ottavio e Beatrice.

Ottavio. Orsù, preparatevi partire per Napoli, e in Aversa non pensate a villeggiare mai più.

Beatrice. Perchè una si repentina risoluzione? Avete voi soggezione di Lelio? A momenti si aspetta da Napoli un rinforzo di birri con una compagnia di soldati per arrestarlo, e quando alla giustizia non riesca di averlo, a voi non manca il modo di farlo uccidere e vendicarvi.

Ottavio. GÌ’insulti che ho ricevuti da Lelio, non anderanno impuniti; ma questo non è il pensiere che più mi occupa, e che mi fa risolvere l’abbandonamento di questa terra.

Beatrice. Dunque che mai vi agita?

Ottavio. Voi e la vostra imprudenza.

Beatrice. Io? Come?

Ottavio. Avete fatto bastantemente parlar di voi. Le vostre premure per Florindo sono troppo avanzate. Ne dubitai alla prima, ora certo ne sono. Me lo assicurano i ministri del Governatore, me lo accerta la servitù, e Florindo istesso, tutto che colorir procuri con aria di pietà la vostra passione, non sa negarmi di essere da voi con tenerezza distinto. Una moglie onorata non deve nutrir pensieri, li quali a poco a poco scordar le facciano il suo decoro. Io non penso già che la vostra passione ecceda i limiti dell’onestà: che se ciò mi credessi, un veleno, uno stile sarebbero i vendicatori dell’onor mio. Ma poichè tutte le passioni si rendono col tempo pericolose, riparerò opportunamente ai disordini del vostro cuore. All’alba del giorno