Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1910, VII.djvu/353

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Beatrice. Via, andiamo, che vi pagherò un bel goliè.

Corallina. (Ora scommetto che dice di sì). (Ja sé)

Rosaura. Un goliè? Di quali?

Beatrice. Di quelli coi fiori d’ argento all’ ultima moda. RoSAUF^\. Oh vengo, vengo.

Corallina. (Se l’ho detto io!) (da sé)

Beatrice. Corallina.

Corallina. Signora?

Beatrice. Va a prendere il tabarro, la bauta ed il cappello.

Corallina. Sì signora. (Oh che buona madre!) (da sé; s’alza e parte)

Rosaura. Ho da venire così?

Beatrice. Sì, state benissimo : col tabarro ogni cosa serve. Che maschera comoda è questa ! Che bella libertà !

Rosaura. Ehi ! signora madre, il goliè lo voglio color di rosa.

Beatrice. Sì, sì, color di rosa. Ci stcù bene nel color di rosa, ti fa parer più bella.

Rosaura. Ma poi veniamo a casa subito.

Beatrice. Perchè subito?

Rosaura. Mi preme finire la manica che ho principiato.

Beatrice. Se non la finirai oggi, la finirai domani. Senti, voglio che andiamo a fare una burla al signor Florindo.

Rosaura. Al signor Florindo? Come?

Beatrice. Voglio che andiamo al caffè dove pratica, che gli fac- ciamo delle insolenze, e lo facciamo strologare chi siamo, senza scoprirci.

Rosaura. Oh bella ! Ci conoscerà.

Beatrice. Oibò, non ha pratica nel conoscer le maschere. Io sì, quando ho veduto una maschera una volta, la conosco in cento.

Rosaura. Bene, verrò dove volete.

Beatrice. Oh, se trovassimo quel pazzo di Lelio ! Vorrei che lo facessimo disperare.

Rosaura. Oh bella!