Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1911, XI.djvu/248

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Ottavio. Lo avrebbe detto, se fosse una figlia savia...

Aurelia. Orsù, non dite mal di mia figlia, se fate conto di me.

Ottavio. Spiacemi... Non posso tollerare...

Aurelia. Che cosa?

Ottavio. Che voi amiate un’ingrata.

Aurelia. Laurina ingrata? Non è vero.

Ottavio. Lo vedrete...

Aurelia. Conte, basta così. Laurina è l’anima mia.

Ottavio. Spiacemi vedere che voi gettate l’affetto vostro...

Aurelia. Basta così. Cessate d’inquietarmi, vi dico.

Ottavio. Taccio per obbedirvi.

Aurelia. Non viene ancora questa fanciulla?

Ottavio. Verrà quando avrà sottoscritto, questa obbediente figliuola.

Aurelia. Anderò io, per liberarmi dalla pena che voi mi date. (in atto di partire)

Ottavio. Signora, compatitemi. Parlo così, perchè vi amo.

Aurelia. Non ama la madre, chi non sa rispettare la figlia.

Ottavio. Perdonatemi...

Aurelia. Mutate stile, se non volete ch’io vi perda affatto la stima. Apprezzo la vostra amicizia; dirò anche di più: conosco ed amo i meriti vostri; ma chi parla mal di mia figlia, sarà sempre mio capitale nemico. (parte

SCENA VI.

Il Conte Ottavio solo. Povera donna Aurelia! Ella è trasformata troppo nella figliuola, e non conosce i di lei difetti, e non la crede un’ingrata. Pos- sibile che questo amore di natura giunga cotanto ad acciecare. le madri? No, la natura non è mendace, non è adulatrice di se medesima. Questo amore soverchio che hanno le madri per i parti loro, è prodotto da due diverse cagioni : dalla tenerezza del cuore e dall’assuefazion dell’amore. Le grazie che crescono di giorno in giorno nei teneri bambinelli, vanno radicando l’af- fetto nell’animo di chiunque si fa piacere nell’educarli; quindi