Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1911, XI.djvu/473

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TORQUATO TASSO 459

Tutto quel che volè, caro compare sdruzzolo.

Mi me chiamo Tomio, son nato venezian,
Vivo d’intrada, e i dise che fazzo el cortesan.
No son vegnù a Ferrara per cabale o per truffe,
Non ho lassà Venezia per stocchi o per baruffe;
Son vegnù per el Tasso, la verità ve digo.
Ve basta? Voleu altro? Disè su, caro amigo.
Cavaliere. Veniste per il Tasso? Il Tasso, affè, non merita
Che muovasi per lui persona benemerita.
È un uomo effeminato, nel di cui petto domina
Amor per una donna, che Eleonora si nomina.
Un che stimato viene pochissimo in Etruria,
Che mostra ne’ suoi carmi di termini penuria,
Che sbaglia negli epiteti, che manca nei sinonimi,
Non merta che s’apprezzi, non merta che si nomini.
Nemico della crusca, degn’è di contumelia;
E voi gli siete amico? No, no, farete celia.
Tomio. Cossa vuol dir far celia?
Cavaliere.  I termini s’abbellano.
Fate celia si dice a quelli che corbellano.
Tomio. Come sarave a dir, in lingua veneziana,
Me piantè una carota, me contè una panchiana.
Cavaliere. Vari in ogni paese si sentono i riboboli:
Altro è il dir di Camandoli, altro è il parlar di Boboli.
Ciriffo e il Malmantile ad impararli aiutano,
Ma quelli per Torquato son termini che putano.
Tomio. E termini per mi xe questi, patron caro,
Che par che i me principia a mover el cataro.
Voleu altro da mi?
Cavaliere.  Vogliovi a iosa ostendere
Le imperfezion del Tasso, che non si pon difendere.
Tomio. Diseghene mo una.
Cavaliere.  Ecco ch’io ve la spiffero
La prima melonaggine suonata a suon di piffero:
     Sdegno guerrier della ragion feroce.