Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1911, XII.djvu/163

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LE MASSERE 157

Raimondo. Ora che d’un tal fatto la moglie mia sospetta,

Non vi fate vedere a parlar con Zanetta.
Rosega. Certo che a una muggier ste cosse no par bon.
Da qua avanti a Zanetta ghe parlerò in scondon.
(piangendo)
Raimondo. Ora perchè piangete?
Rosega.  Son tenera de cuor.
De lu e anca de ela compatisso l’amor.
La diga, sior paron, in maschera che vaga?
Raimondo. Or, con questi sospetti, la cosa non mi appaga.
Rosega. La senta, vien con mi Zanetta, e alla barona1
Pol esser che s’inmaschera anca la so parona.
Ancuo mo la sarave apponto l’occasion
Co siora Dorotea de far conversazion.
Raimondo. Non dite mal davvero. Se creder lo potessi...
Rosega. Vegnì, so quel che digo.
Raimondo.  Se timor non avessi...
Rosega. Timor? za la parona no la saverà gnente.
Raimondo. Voglio provar.
Rosega.  Ma zitto. Fe da omo prudente.
Raimondo. Ci troveremo in Piazza, o sul tardi a Ridotto.
Rosega. Se la sarà con nu, mi ve farò de motto.
Raimondo. Se potessi condurla a pranzo in qualche sito.
Rosega. Lasse operar a mi, che mi farò pulito.
Raimondo. Io pagherò per tutti.
Rosega.  No ve faressi mal,
A darme da comprar un volto naturai.
Raimondo. Eccovi trenta soldi.
Rosega.  Grasso quel dindio!2
Raimondo.  E poi,
Già sapete chi sono. Farò di più per voi.
Torno ad immascherarmi, e vado fuor di casa.
Ma che dirà mia moglie?

  1. «Alla buona, alla fuggiasca ecc.»: Boerio.
  2. «Maniera ch’esprime scarsezza in chi riceve e da uno che pretende di dar molto»: vol. VIII, 185 n. c.