Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1911, XIII.djvu/286

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280 ATTO QUINTO

Rinaldo. Non rispondete? oh numi! son vani i sospir miei?

Livia. Troppo è quel che dir deggio. Troppo parlar dovrei.
Restringere non valgo quel che mi cale, in poco;
E al desir mio si oppone la convenienza, il loco.
Rinaldo. Quel che si può, si dica.
Livia.  Addio, ma ciò non basta.
Oh rigor inumano, che al desir mio contrasta!
Vo’ che mi senta il zio, che a un cavalier si oppone;
Vedrà quel che sa fare la mia disperazione. (entra)

SCENA XVII.

Don Rinaldo, Cecchino; poi don Properzio e don Medoro.

Rinaldo. Ah Cecchino, sollecito entra tu in quelle soglie.

Di’ che si freni e taccia, che di furor si spoglie;
Che soffra il rio destino, che un dì si cangierà.
Cecchino. Questa volta senz’altro l’orecchio se ne va. (entra in casa)
Rinaldo. Di don Rinaldo alfine si placherà lo sdegno,
Se in noi vedrà rivivere il primitivo impegno.
Properzio. Amico, compatiteci, s’entriam ne’ vostri affari.
Star come i cani all’uscio non è da vostro pari.
Rinaldo. (Questi importuni io abborro.) (da sè)
Medoro.  Entrate in quella porta.
Se dubbio alcun v’arresta, noi vi sarem di scorta.
Properzio. Dovrebbesi per voi aver miglior riguardo.
Medoro. Noi la faremo in barba vedere a don Riccardo.
Rinaldo. Lasciatemi, vi prego, in libertà.
Properzio.  No certo.
Si oltraggia il grado vostro.
Medoro.  Si offende il vostro merto.

SCENA XVIII.

Cecchino e detti.

Cecchino. Signor, se non venite, la dama è mezza morta;

Scese le scale in fretta, s’avvia verso la porta.
Giura, quando da lei l’amante suo non vada,