Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/261

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gazzette, Antonio Piazza, seguace del Chiari in giovinezza, fa nel primo tomo del Teatro (Ven., 1777, I, pp. 50 sgg.) recitare contro voglia la sua Rosina nella Pupilla, ma dichiara che «ì versi sdruccioli non piacevano, e la stessa commedia era una di quelle abbandonate dall’arte comica» perchè difficile a leggersi e a intendersi. — Tuttavia più tardi, dopo un’altra ben più gloriosa pupilla in Francia e in Italia (Beaumarchais, Barbier de Séville 1772; Rossini 1816), dopo il trionfo a Napoli della Scuffiara (1784) del Lorenzi, mentre si seguitava ad applaudire fra noi il Tutore e la pupilla di A. G. Iffland (m. 1814), in pieno secolo decimonono, si esumarono anche gli endecasillabi sdruccioli del Goldoni a Torino (1824: v. Costetti, La Comp. Reale Sarda, Milano, 1893, p. 48). a Milano (1828: I Teatri, giorn. dramm.co, II, pp. 605 e 644), a Venezia ( 1830: Gazzetta privilegiata, 12 genn.) e certo anche altrove. Ma la polvere ricoperse presto il freddo libretto, parto capriccioso d’imitazione letteraria. Dopo una recita sul teatro Re di Milano, nell’ottobre 1829, da parte della Compagnia Ducale di Modena, scriveva Luigi Prividali nel Censore Universale dei Teatri (n. 81): «La Pupilla è un saggio Goldoniano della commedia antica, ove l’autore più che il proprio ha voluto consultare il gusto dell’Ariosto. Merita però in essa particolare menzione il talento del signor Bon, che scrupolosamente copiando nella parte di Quaglia il vestito di quegli antichi imbroglioni di scena, ci ha ripetuto perfino quelle stesse mosse ed attitudini, come disegnate ci vengono nelle stampe».

Parrà strano, dopo quanto si è detto, che il Landau giudicasse la Pupilla fra le «migliori» composizioni del commediografo veneziano, in compagnia della Bancarotta e della Locandiera (I. e.; v. anche C. G, in Sonntags-Beilage zur Vossischen Zeitung, Berlino, 24 febbr. 1907); e che il Baumgartner ripetesse tale sentenza (Geschichte der Weltliteratur, VI, Friburgo, 191 I, p. 580). Più strano forse che anche il Rabany prendesse sul seno lo scherzo carnovalesco del Goldoni e ne traesse sì fatta conclusione: «G. voulait montrer qu’ il etait, lui aussi, capable de composer des pieces savantes, a la manière des classiques du XVIe siècle.... Cet effort de G. vers le styl noble n’est pas heureux et montre que la n’était pas sa veritable voie» (C. G. ecc., Parigi, 1896, pp. 341-2). Non bisogna invece far colpa al candido Schedoni, se trovò immorali al tempo suo l’innamoramento di messer Luca e le menzogne di Quaglia (Principii morali del teatro ecc., Modena, 1828, p. 80).

La N. D. Cornelia Barbaro Gotti, a cui è dedicata la commedia, nacque a Venezia nel 1719 da Bernardo Barbaro (n. 1687; fu podestà di Portogruaro e di Murano), lepido poeta vernacolo ricordato ne’ suoi canti dal Frugoni, e da Elisabetta Lucchini (sposa nel 1715). Ebbe a sorella Michiela, sposa nel ’49 di Alvise Bembo, e a fratelli, ma d’altra madre non nobile, e però esclusi dal libro d’oro, il cavalier Marco e il mordace abate Angelo Maria (n. a Portogruaro 1726, m. 1779) detto il sordo, notissimo autore di versi satirico-politici e di scherzi indecenti; amico, se non amante, della procuratoressa Caterina Dolfin Tron (v. Malamani, Il Settecento a Ven., Torino, 1891, I, pp. 9-12 e 1 32 sgg.); uomo «bisbetico e stizzoso» a detta del Gamba (Serie degli scritti impressi in dialetto venez., Ven., 1832, p. 164; v. anche R. Barbiera, Poesie venez. scelte, Firenze, 1886 e altri moltissimi). — In età giovanissima, nel 1736, fu unita in matrimonio al patrizio Gio. Ant. Gritti, più vecchio di