Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XV.djvu/152

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144 ATTO SECONDO

Gasperina. Leviamola, Volpino. Vuol essere obbedita.

Volpino. (Sempre, corpo del diavolo! si ha da far questa vita).
Dorotea. Cosa dici?
Volpino.  Non parlo. (va levando le sedie)
Dorotea.  Ti spiace la fatica?
Imparerai a farlo, senza ch’io te lo dica.
Gasperina. Ha ragion la padrona, non la volete intendere?
In ogni circostanza da lei si ha da dipendere.
(prende la cesta per riponere il pane, e Volpino leva le sedie)
Dorotea. Così è, Gasperina, l’ho detto e lo ridico.
Padroni e servitori non mi stimano un fico.
Gasperina. Signora, ei non mi sente; vi giuro e vi prometto.
Forse Volpino è quello che ha per voi più rispetto.
Dorotea. Non è tristo ragazzo.
Gasperina.  Sa quel che gli conviene.
Dorotea. Esser non può altrimenti, se tu ne dici bene.
Facile a contentarti degli altri io non ti vedo.
Tu pensi com’io penso, e anche perciò ti credo.
Gasperina. Il pane alla credenza. Volpino, riportate.
(gli dà la cesta del pane)
Volpino. Finiam di sparecchiare.
Gasperina.  Itene, e poi tornate.
Volpino. (Veggo che Gasperina nel comandar si addestra.
Non vorrei che imparasse sotto una tal maestra).
(da sè, e parte per riporre il pane)
Gasperina. Lo vedete, se è buono? subito mi ha obbedito.
Dorotea. Così meco facesse Rinaldo mio marito.
Par ch’ei sia nato apposta per farmi delirare.
Gasperina. Signora, di una grazia vi vorrei supplicare.
Dorotea. Chiedi pur, Gasperina, per te che non farei?
Gasperina. Vo, signora padrona, pensando ai casi miei.
Ogni anno passa un anno. Vorrei accompagnarmi,
E meglio di Volpino non so desiderarmi.
Dorotea. Per me son contentissima. Sai che ti voglia bene?
Gasperina. Poverino! mi adora.