Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XV.djvu/224

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216 ATTO SECONDO

Giacinto. Informatemi dunque.

Cavaliere.  Saprete, che suo zio...
Giacinto. Voglio prima di tutto veder l’idolo mio.
(in alto di partire)
Cavaliere. Ma non così furioso.
Giacinto.  Se voi provaste il foco...
Cavaliere. Prima di rivederla, voglio informarvi un poco.
Giacinto. Presto per carità.
Cavaliere.  Presto più che potrò.
La Contessa, il saprete, aveva un zio.
Giacinto.  Lo so.
(con impazienza)
Cavaliere. Or sappiate che è morto.
Giacinto.  Che ho da far io per ciò?
Cavaliere. Avete da sapere, che il zio col testamento
Ordinò alla nipote un altro accasamento.
Giacinto. Come, a un uomo mio pari si fan di questi torti?
Vengono a mio dispetto a comandare i morti!
Saprò chi vuol rapirmi della mia bella il cuore,
Mandare all’altro mondo unito al testatore.
Cavaliere. (Viene a me il complimento).
Giacinto.  Voglio veder la sposa.
(in alto di partire)
Cavaliere. Prima che la vediate, sentite un’altra cosa.
Giacinto. Che pazienza!
Cavaliere.  L’erede, che pur dovria sposarla,
Senza rammaricarsi non pena a rinunziarla.
Con lui l’aggiusterete, ma il punto sta, signore,
Ch’evvi, a quel che si vede, un altro pretensore.
Giacinto. Ditemi chi è l’indegno, ditelo all’ira mia.
Cavaliere. Più di ciò non vi dico, se date in frenesia.
Giacinto. Compatite l’amore.
Cavaliere.  Calmatevi un pochino.
Giacinto. Se lo so, se lo scopro, so io quel che destino.
Cavaliere. Siete assai furibondo.