Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XV.djvu/225

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L'APATISTA 217

Giacinto.  Mi scaldo all’improvviso.

Cavaliere. Ditemi in confidenza, quanti ne avete ucciso?
Giacinto. Come! mi deridete?
Cavaliere.  No, vi rispetto e stimo.
Giacinto. Niun mi ha deriso al mondo, nè voi sarete il primo.
Cavaliere. Ma voi col vostro merito, e poi con il valore,
Concepir non dovreste di perderla il timore.
Vi ama la Contessina?
Giacinto.  So che mi ama, e molto.
Cavaliere. Ve l’ha detto?
Giacinto.  Finora non l’ho veduta in volto.
Cavaliere. Mai l’avete veduta?
Giacinto.  Mai; ma so ch’è vezzosa.
(con tenerezza)
Cavaliere. (Oh che bel capo d’opera!) Ma come è vostra sposa?
Giacinto. Come, come, lasciate ch’io vada in un momento...
Cavaliere. No, prima di vederla, svelate il fondamento.
Giacinto. Pensate voi, signore, ch’io mi lusinghi invano?
Preso forse mi avete per un parabolano?
La Contessa è mia sposa, lo proverò col fatto:
Delle nozze concluse eccovi qui il contratto.
(mostra un foglio)
Ecco la soscrizione del di lei genitore.
Sposa mia benedetta! idolo del mio cuore!
(bacia la carta)
Cavaliere. Veggo il padre soscritto, ma non la figlia istessa.
Giacinto. Figlia non sottoscrive dal genitor promessa.
E poi so che Lavinia è di me innamorata.
Cavaliere. Dubito questa cosa non se la sia scordata.
Giacinto. Perchè?
Cavaliere.  Perchè mi pare che a qualcun altro inclini.
Giacinto. No, se spender dovessi centomila zecchini.
E poi suo padre istesso, s’è un cavalier d’onore,
Manterrà la parola.
Cavaliere.  Ecco il suo genitore.